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KATYN


Katyn è il luogo della foresta bielorussa nel quale, durante la primavera del 1940, circa 22.000 cittadini polacchi, tra ufficiali, soldati e gente comune, tutti prigionieri dei sovietici, furono uccisi con un colpo alla nuca dalla Nkvd (polizia politica di Stalin). L’Armata Rossa era penetrata in Polonia in ottemperanza alle clausole segrete del patto Ribbentrop-Molotov che prevedeva la spartizione del Paese tra comunisti e nazisti.

 

Ora un film omonimo, del regista polacco 83enne Andrzej Wajda, maestro della cinematografia mondiale, riporta alla luce la storia seguendo la vicenda di alcuni di questi ufficiali (tra cui il padre del regista) e delle loro famiglie che, inconsapevoli di quanto accaduto, aspettano invano il ritorno dei propri mariti, padri, figli, fratelli.

 

“Katyn” intreccia memoria privata e memoria collettiva. Katyn è un simbolo delle  delle tragedie che hanno colpito il Novecento e, attraverso il sacrificio della Polonia, anche l’emblema di una possibilità di riscatto dalla violenza attraverso, appunto, il dono di sé, l’offerta della vita per un bene presente che qualcuno vuole sottrarre all’uomo, ma che qualcun altro afferma come scopo dell’esistenza.

 

 

Settembre 1939: la Polonia subisce una doppia invasione (dai nazisti a ovest, dai sovietici ad est) e lo sterminio della sua classe dirigente. Se i nazisti deportano nei campi di concentramento i professori universitari, Stalin e i suoi prima affidano all’Armata Rossa il compito di sterminare militari e poliziotti (quasi tutti gli ufficiali dell’esercito, provenienti dalla società civile, ma anche oltre 200.000 soldati di leva), in modo da poter controllare il Paese in futuro con facilità. Oltre 15.000 ufficiali, più qualche migliaio di soldati semplici, furono deportati e uccisi uno ad uno con un colpo alla nuca nel marzo 1941, attorno alla foresta di Katyn (nell’attuale Bielorussia). Un massacro realizzato freddamente che fu, per decenni, “scaricato” sull’altrettanto sanguinario esercito del Terzo Reich. La verità si scoprì solo nel 1989, dopo la caduta dell’Urss e l’apertura degli archivi segreti voluta dal presidente Eltsin.

Con Katyn il grande regista polacco Andrzej Wajda (autore di L’uomo di marmo, L’uomo di ferro, Danton), ha rinnovato in patria il dolore di un intero popolo narrando con stile secco e incalzante – e inserendo anche immagini di documenti d’epoca – una tragedia storica che ha segnato il suo Paese per decenni.

Wajda, che nella strage perse il padre ufficiale, rievoca non solo la dignità e il coraggio delle vittime, ma anche la tenacia nel cercare la verità e la speranza incrollabile delle donne che li aspettano a casa. Così vediamo madri, mogli, figlie attendere, invano, il ritorno degli amati; come Anna, moglie di Andrzej, capitano dell’8° reggimento dell’esercito, che con la figlia Nika aspetta con sempre minor speranza di rivederlo. Dopo la fine della guerra, quando la verità inizia ad emergere – e la tesi della strage nazista si dimostra falsa – superstiti e parenti devono decidere se proclamare la verità, pagando con la vita, o preferire il doloroso silenzio, per cercare di ricostruire dalle macerie un popolo.

Ma Katyn, un film bellissimo e da non perdere, è anche la testimonianza di un popolo orgoglioso delle proprie radici e saldo nella propria fede, con i militari polacchi che vanno incontro alla morte a testa alta e recitando il Padre Nostro mentre uomini stravolti da odio e ideologia li ammazzano come bestie.

 

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