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Dante e Petrarca. il passaggio.(intervista al poeta Davide Rondoni)

Tracce N.2, Febbraio 2004

Raimondi

Dante e Petrarca. Il passaggio

Davide Rondoni

Nell’esperienza dei due grandi poeti toscani la svolta di un’epoca. Due viatores che percorrono strade diverse nell’animo umano.
Per approdare l’uno alla certezza della fede, l’altro a un sentimento di mancanza. Il grande italianista si confronta con l’intervento
di don Giussani ai Memores Domini pubblicato sullo scorso numero di Tracce («Sopra la ruina»)

Recentemente, don Giussani è tornato sulla figura di Dante, di Beatrice e anche di Petrarca («Sopra la ruina», in Tracce, gennaio 2004, p.1). Già in un suo libro di alcuni anni fa, La coscienza religiosa nell’uomo moderno, sosteneva che Petrarca rappresenta una prima uscita dal tipo di uomo medioevale, dove all’idea di compimento umano possibile nella vita toccata dall’avvenimento cristiano subentra l’idea della fortuna, della fama come ideale, da un lato, e, dall’altro, una sorta di nostalgia di un compimento impossibile. Cristo inizia a essere avvertito come qualcosa che al massimo perdona, però è come se l’umano non potesse essere mai compiuto. È sì un uomo cristiano, Petrarca, totalmente cristiano. Ma è come se il sentimento del cristianesimo fosse come di un sogno, il contenuto della fede è la promessa di qualcosa che arriverà semmai a recuperare una condizione umana irrimediabilmente ferita, ma non la compie più, non compie più l’umano qui nel presente. Cristo può compiere la vita, ma tutto ciò è qualcosa a cui si aspira, magari per l’aldilà. Professore...
Il problema è molto complesso: occorre verificare se il rapporto tra Dante e Petrarca sia un rapporto di opposizione o invece, come io credo, una sorta di grande dialogo legato anche a due momenti spirituali profondamente diversi, tra fine del 200 e metà del 300, dove ci troviamo con l’idea di una Roma abbandonata, solitaria, visto lo spostamento della sede papale ad Avignone…
Intanto bisognerebbe ricostituire una lettura totale del Petrarca e stabilire se leggere il Canzoniere con le opere latine, ricostituendo una grande dimensione. Non c’è dubbio che ci sia una categoria in Petrarca che in Dante ha un altro senso, che è la categoria dell’attesa. L’attesa si porta dentro il momento della speranza, a cui però non manca quella che potremmo chiamare l’ansia e il senso profondo della temporalità.
In Petrarca c’è un senso della temporalità profondamente diverso da quello dantesco, che entra nel farsi della sua frase. Non è perentorio, c’è una sorta di tremore; bisogna comunque essere attenti al fatto che c’è una sorta di paradosso nel Petrarca. C’è una parola che tende a essere nitida, chiara, senza scorie e poi c’è invece un’interna tensione che non bisogna dimenticare. Questa tensione sta proprio dentro il farsi della parola, che sembra alla fine la parola della massima eleganza. Altrimenti non si capirebbe perché Petrarca sia lo straordinario lettore che è, non solo di Seneca, ma anche, prima di tutto, di Agostino. Senza di questo anche il finale del Canzoniere non avrebbe il senso che ha. Ed è evidente che anche in questo caso siamo fuori da Dante: a un certo punto l’allusione alla vera Beatrice che è la Vergine e non altri è una sorta di replica.
Il problema è di stabilire se questo senso cristiano, dove il deficit di qualche cosa va di là del momento della pienezza, è una perdita o una possibilità. Leggevo in queste pagine il recente intervento di don Giussani: «Siamo ancora in un mondo, in un senso lato, medioevale, ma nello stesso momento siamo usciti da una certa certezza e la forza di Cristo sembra diminuire». Direi che nel Petrarca è più forte, anche a livello quotidiano, il senso della colpa. Non la colpa come un fatto straordinario, ma il muoversi del giorno, il vivere nel tempo corrente con i mancamenti di cui la coscienza, la coscienza agostiniana, si fa vigile censore e dura accusatrice. Mi chiedo: nel sentimento cristiano il tremore e la trepidazione fanno parte del sentirsi nel tempo e proiettati fuori del tempo o no?
Tanti anni fa, appena laureato, il professor Calcaterra mi diede il compito di tradurre il Secretum. Non ricordo bene cosa scrissi nella prefazione. Ricordo soltanto che insistevo sull’immagine dell’homo viator. Sono due viatores diversi Dante e Petrarca.

Mi pare molto importante il nesso tra la vacanza della sede papale, come un grande segno di incertezza a riguardo della Presenza, e questo mutamento della sensibilità cristiana in Petrarca verso un senso di mancanza, risarcito in parte da un acuirsi del senso dell’attesa… Vorrei però tornare un attimo sulla questione del senso della deviazione, della colpa. Anche in Dante ci sono trepidazioni, tremori dati dal senso delle deviazioni… Anzi l’intera Divina Commedia sorge come racconto in una situazione di disperdimento, la “selva”…
Ma in Dante sono tremori di alcuni momenti. Non diventano un carattere permanente di quello che potremmo chiamare il respiro dell’anima.

Si nota quindi un’accentuazione diversa rispetto al tema della vittoria del cristianesimo come possibilità piena della vita umana. Lei dice che in Petrarca non viene mai meno quel sentimento di deficit.
Certo, la dimensione penitenziale del Petrarca anche in questo caso è profondamente diversa da Dante. Ciò che mi chiedo è se ci sia un solo modello o se ci siano diverse possibilità fra le quali poi io possa optare. Certo, da questo punto di vista la medioevalità petrarchesca è più “moderna” di quella dantesca, perché rinuncia a certe grandi costruzioni. Nel Petrarca, anche se il suo rapporto con i testi biblici è intenso e profondo, non c’è quella che potremmo chiamare la dimensione profetica. È una dimensione profondamente umana con l’idea di una presenza che è insieme, però, una separatezza. Bisognerebbe qui rivedere il De vita solitaria il De otio religioso, soprattutto un libro che ebbe una straordinaria diffusione, di cui noi però non possediamo ancora un testo moderno che è il De remediis utriusque fortunae.
C’è in esso il ruolo pubblico che Petrarca sente di gestire come poeta. Anche qui c’è sicuramente un elemento di differenziazione rispetto a Dante: in Dante la coscienza dell’esilio è un elemento determinante, è tutt’uno con quello che è il suo ruolo profetico. In Petrarca, che pure ha una frequentazione dei testi sacri straordinariamente intensa, questo non si determina allo stesso modo. È diverso il modo di intendere il rapporto tra il singolo e la storia. Non nel Canzoniere, ma nei Trionfi vediamo un’operazione per cui la storia dell’io è la storia, nello stesso tempo, dell’umanità, ma è gestita in modo profondamente diverso da Dante. In Dante c’è - io la chiamerei così - una volontà legislativa che manca in questo caso nel Petrarca, ma che non significa immediatamente la conversione a un’idea di debolezza spirituale. Petrarca insiste su questa dimensione di umanità carente. È la dimensione della acedia, cioè di una sorta di peccato spirituale. La fede scopre anche la possibilità del suo diminuire, del suo venire meno a se stessa. È un altro modo di intendere quella che potremmo chiamare l’idea del miles cristianus.
Certo, è vero che questo rapporto tra l’io e la comunità in Dante, presente o spiritualmente sentita, nel Petrarca ha una tensione diversa: egli non ha più determinate certezze, ma restano le aspirazioni, resta questa tensione a uscire dal tempo o a sentire il tempo non come il distruttore, ma come il momento della pace. Leggevo le belle pagine di don Giussani sopra la preghiera alla Vergine dantesca e la preghiera alla Vergine petrarchesca. Un lettore straordinario del 500, il Castelvetro, che però era ormai all’interno di una tradizione evangelica non cattolica, antiromana, leggendo quella canzone diceva sdegnosamente a un certo punto: «Ha del pagano». In realtà la cosa è di nuovo più complessa. Se si legge la canzone, c’è un elemento nella preghiera petrarchesca che è sicuramente vivo e cristiano ed è quello che io chiamerei l’intimità: questa maniera di rivolgersi alla femminilità materna invocando il rapporto filiale come la possibilità di ascoltare anche colui che si sente peccatore. Questa intimità è un altro modo per intendere la femminilità salvifica rispetto a Dante. C’è questa sorta di maternità alta e affettuosa.

Anche in Dante l’accenno al caldo di cui si «raccese» il ventre amoroso di Maria indica la forza di questo affetto. L’intensità di affetti è simile…
Certo, una lettura solo umanistica del Petrarca diminuisce, toglie questa straordinaria intensità, questa sorta di forza interiore. Una riduzione soltanto a umanesimo vorrebbe dire sentire Petrarca come una voce platonica e non viceversa come una voce agostiniana. Non c’è dubbio che è Seneca assimilato ad Agostino, non Agostino a Seneca. Pensiamo a come rifluiscono alcune di queste possibilità, seppure in modo indiretto, in Erasmo e poi sentiamo Erasmo nei confronti del dialogo con il mondo cinquecentesco, con Lutero. Sono le voci diverse della spiritualità cristiana, da questo punto di vista. Qui c’è un elemento che porta verso il moderno, se il moderno lo intendiamo non solo come la speranza, ma anche come la sensazione della sua possibile perdita e della sua opposizione.

Riguardo a questo punto io penso che uno dei rischi sia quello di intendere il moderno più animato di dibattito tra l’avere speranza e possibilità di non averne, rispetto al Medioevo. Io credo che invece in realtà questa possibilità fosse molto presente anche nel Medioevo di Dante. La Divina Commedia nasce così. Nasce proprio come la possibilità della perdita di Beatrice, della speranza: Dante conosce quella perdita e allora inizia il viaggio. Credo che più che in questa faccenda della speranza e del suo possibile rovescio o perdita, la differenza sia più nella cosa che lei diceva prima, molto interessante, ovvero il maggior accento posto sul senso della propria limitatezza rispetto all’accento sulla vittoria di Cristo, sulla vittoriosità di Cristo.
Non c’è dubbio che il senso della finitudine ha in Petrarca una dimensione nuova, che lo rende per l’appunto disponibile a quelle che saranno le future avventure della soggettività moderna. Ma dentro Petrarca, se si fa una lettura compiuta, il momento della fede e della speranza è ugualmente vivo, però con quello che io chiamerei una sorta di tremore. Il momento della gioia, il momento del coincidere con la pienezza della parola divina non si ha. Non dimentichiamolo: Dante coincide con la visione divina, alla fine, anche se poi la dimenticherà, Petrarca resta di qua, piega la testa, non la alza, se potessi dire così, non si sente alla pari.

Ma questa non potrebbe essere una forma di orgoglio? Quella di insistere sul proprio limite piuttosto che sulla forza di un altro, di Cristo?
Quando giustamente si ricordano questi versi e si dice: «Il dì s’appressa et non pote esser lunge,/ sì corre il tempo et vola» non mi pare che in questa battuta ci sia il preludio all’orgoglio. Anche perché «sì corre il tempo et vola»… è tutto un’increspatura questo verso che sembra fluido ed è in realtà inarcato. È l’arte poi del Petrarca di creare le opposizioni smorzandole. Solo Manzoni nella nostra tradizione, in un altro nodo, è capace di operazioni simili. Sono quelli che la Campo diceva gli ossimori straordinari ed esplosivi che vengono detti sottovoce. Non mi sembra che ci sia orgoglio… «Raccomandami al tuo Figliuol, verace/ omo et verace Dio» con quel “verace” fortissimo, così ancora intensamente latino, dove si dice di questa doppia natura, e si sottolinea verace. E… «ch’accolga ’l mïo spirto ultimo in pace». Dove spirito è anche l’ultimo respiro.

Chiaro, qui c’è l’affidamento della propria debolezza ma non il senso lieto di una vittoria già presente su di essa.
Dipende un po’ dalla nostra lettura e da quella che io chiamerei, sembra un paradosso ma non è così, la petrarchizzazione del Petrarca. È la nostra stessa predisposizione che può decidere o meno.
D’altro canto, non vorrei fare un’argomentazione bassamente storica, non dimentichiamo il passaggio da Dante a Petrarca dentro le grandi vicende già citate: l’esilio avignonese, di cui Dante sente soltanto i primi momenti, mentre invece Petrarca vive in pieno nella metà del secolo (pensiamo a santa Caterina che vive anche lei queste vicende, pensiamo al sogno, all’illusione di Cola di Rienzo, con questa diversa ipotesi di un profetismo che non è più quello dantesco e che viene vissuto come ideale di “romanizzazione”). Non dimentichiamo che stiamo assistendo alla fine della grande filosofia scolastica e stanno nascendo le nuove voci del volontarismo agostiniano, del fideismo pieno, della fede che è anche legata all’assurdo… Petrarca è un contemporaneo di questa nuova ragione. Siamo di fronte a uno scarto nei confronti della divinità: cresce la distanza e si danno altre ragioni per abolire e superare la distanza. Se non abbiamo presente tutto questo, non capiamo perché poi nella sorte dello spirito europeo, diciamo in senso lato, conta più Petrarca di Dante.
Resta un problema, che è il problema della redenzione. La redenzione consiste in questa certezza che ci sarà, una mano che mi sarà porta, ma che è già qui data, poiché nel momento in cui io penso che ci sarà essa c’è già. Il tema della fede non come ragione, ma come assurdo fa parte della tradizione cristiana. È quindi una spinta diversa a quella che potremmo chiamare l’idea del completamento. Tanti anni fa, quando durante la guerra salvai un sergente tedesco, che era un seminarista e che poi era diventato sacerdote, mi regalò un libro di un pensatore tedesco, intitolato Incertezza e rischio. Il rischio di cui parla è il momento in cui potrebbe accadere che mi perda mentre sono sulla strada.

Ecco, proprio su cosa sia “rischio” si gioca la questione vera. Il rischio della fede nell’esperienza…
Io glielo posso tradurre nei termini più moderni di “avventura”, ma tenga presente che aventure nel mondo medioevale vuol dire “la messa in discussione di noi stessi”, dunque “la foresta”, “il cavaliere”, quella che poi Dante ha riproposto a suo modo con quelle figure.

Qual è l’elemento di certezza che fa giocare il rischio? Qual è la forza che fa attraversare il rischio, per verificare la promessa di compimento ?
Bè, il rischio è una prova. Dopo tutto, quella di Isacco e di Abramo è la storia di una prova.

Infatti Abramo non è stato immobilizzato dal rischio, ha proceduto. L’atto di fede è questo rapporto con qualcosa di presente per cui trovi la forza, la ragionevolezza di procedere. Uno rischia sul presente. Altrimenti uno non rischia.
Certo, quindi è in gioco il modo di intendere il “patto”, il modo di vedersi dentro tutto questo. Non c’è dubbio che tra Dante e Petrarca accade un passaggio.

Trasparenza

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