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Clemente Rebora

Tracce N.4, Aprile 2007

Clemente Rebora

Il dramma di Clemente Rebora

Proponiamo alcune poesie commentate da don Giussani ne Le mie letture (“i libri dello spirito cristiano”, Bur Rizzoli, 1996)
Un uomo povero (povero di spirito nel senso evangelico) mi si è presentato Rebora alla prima lettura, e questa povertà è, come ho accennato, definita nel cogliere la positività del disegno misterioso delle cose, misterioso ma positivo, in qualche modo positivo.Voglio documentare brevemente questo primo asserto con il Frammento V della raccolta «Ai primi dieci anni del secolo ventesimo»:

[...]
Se l’uom tra bara e culla
Si perpetua, e le sue croci
Son legno di un tronco immortale
E le sue tende frale germoglio
D’inesausto rigoglio,
Questo è cieco destin che si trastulla?
Se van dall’universo eterne voci
E dagli àtomi ai soli si marita
Fra glorie ardenti e tenebrosi falli
Una grandezza infinita
Che lo spirito intende,
Questo è per nulla?

Non è possibile che tutto ciò sia per nulla. Queste domande che sottendono lo sguardo all’universo, immediatamente suggeriscono quella positività di cui ho parlato.
Non può essere per nulla; così infatti, l’uomo, nella sua cosmica compagnia, cammina. Cammina, non sta fermo (Frammento XXVIII):

[...]
Tu, per le case le patrie la terra,
Sei l’urto e l’impronta del ritmo seguito
Dai passi che leva e che sferra
Tra mete e ritorni
Il gigante che va per l’infinito.

Secondo tale sensazione immediata di positività l’uomo è un gigante che va per l’infinito, «tra mete e ritorni», ma questo gigante vive momento per momento, portando dunque un valore dell’essere nell’istante effimero. L’istante effimero, non è effimero (in ogni momento «l’attimo irraggiato / nel vasto palpitar che lo feconda»), ma dimostra la sua connessione col tutto, dunque ogni attimo ha un’importanza grande. La positività rende grande l’uomo che cammina dentro la realtà, ma in quanto rende grande ogni attimo, ogni istante. Tale caratteristica fondamentale del primo sguardo che l’uomo porta alla realtà si riflette in una espressione che riverbera più di qualsiasi altra la grandezza del cuore dell’uomo e la sublimità dell’istante.
Vorrei intitolare il secondo punto: «A questa positività l’uomo collabora». Se percepisce, se presente questa positività ultima della realtà, sia pure misteriosa, se percepisce che tutto è dono, allora l’uomo si butta volentieri nella collaborazione. L’uomo che è, e non si inventa, diventa collaboratore della realtà: collaboratore del senso della realtà! Egli non è collaboratore soltanto di stralci della realtà, stralci operati secondo preconcetti propri, o secondo preventivi, o programmi prestabiliti.
Innanzitutto, questa collaborazione è partecipazione al moto del cosmo (Frammento VI):

[...]
Oh per l’umano divenir possente
Certezza ineluttabile del vero,
Ordisci, ordisci de’ tuoi fili il panno
Che saldamente nel tessuto è storia
E nel disegno eternamente è Dio:
Ma così, cieco e ignavo,
Tra morte e morte vil ritmo fuggente,
Anch’io t’avrò fatto; anch’io.

Io, dunque, partecipo. In questa collaborazione partecipo alla costruzione dell’universo. All’ordito di quel panno, al tessuto che è storia, al disegno che è Dio: il Mistero. Anche se io sono come un’onda breve, «cieco e ignavo», cieco di fronte al mistero, ignavo di fronte all’enorme massa di energia del cosmo, «Tra morte e morte vil ritmo fuggente», come una nota tra una morte e l’altra, anche se son così meschino, «Anch’io t’avrò fatto; anch’io».
Ma questa partecipazione, in cui l’uomo di Rebora sente impegnata tutta quanta la sua personalità, è una lotta. E una fatica armata (Frammento V):

[...]
Ma come dal fermaglio della scotta
Più veemente vela al vento fugge,
Vorrei così che l’anima spaziasse
Dall’urto incatenato del cimento.

Ecco la terza questione, la più importante in un discorso sulla poetica di Clemente Rebora come espressione di un’esperienza personale della vita.
La parola che posso usare mi pare che sia soltanto una: “scelta”, ovvero il dramma della scelta. Infatti, fino a questo punto la positività rimane per così dire in una confusione quasi panteistica e la “sanità” della figura di Rebora sta proprio nel fatto che, nonostante l’impossibilità di una chiarezza individuale, egli s’infila in questa grande confusione, si butta in un impeto di collaborazione.
Ma ecco che nel LXII dei suoi Frammenti (Lo spazio poroso e assetato) dice:

[...]
Dite dite l’arcana maniera [o creature]
Dell’invisibile amore
A noi, che meschini
Coniamo dei nostri suggelli
Il lavoro di Dio
Gridando: Io, io, io! -

O cose del mondo dite, fateci conoscere questa maniera misteriosa che l’invisibile amore ha nel costruirvi, mostratela a noi che, meschini come siamo, crediamo che le cose che esistono siano quelle che possiamo toccare e plasmare noi stessi: «A noi, che meschini / Coniamo dei nostri suggelli / Il lavoro di Dio / Gridando: Io, io, io!». Urge allora la scelta tremenda: «Dire sì, dire no / a qualcosa che so». Oramai lo so, dice Rebora, oramai capisco, eppure urge la scelta tremenda. È proprio in questa drammaticità la differenza tra l’umano e il subumano, perché è in tale drammaticità che il livello della natura che si chiama uomo vive nello sgomento, e vive una mobilità di pensieri e sentimenti che però continuamente ritornano al punto dolente, cioè all’intuizione oramai emersa.
Per l’uomo ogni momento si apre e si chiude uguale e disuguale. Sempre egli si illude che si sospenda il dramma, che cessi perché fissa il termine ideale, la composizione ultima della grande questione. Ma rimane il tempo, e questo tempo è il contrario della realtà subumana, senza sentimento. Rimane il tempo, cosicché non cessa il suo tormento, «rimane il mio sgomento, / in ogni tempo».
Ma la stessa cosa Rebora dice in una poesia ancora più suggestiva, tra le sue più belle, Maternità di Maria:

La cima del frassino
approva, disapprova,
con lenta riprova
la vicenda del vento;
e in fine sempre afferma
il tendere massimo al cielo:
richiama così la vetta dell’anima,
che alla Divina Persona
si accosta o si scosta
nel transito del tempo
verso un vertice eterno;
e misericordiosamente, ogni volta,
si conferma l’unione di amore
per l’unanime gloria.
([9 ottobre] 1955)

Il Dio nascosto, «l’evanescente Dio» - come dirà in un altro brano - è il livello ove «il tronco della realtà» si inabissa, è il vero. Allora, tutta quanta l’energia che l’uomo Clemente Rebora poneva nella collaborazione alla realtà che valutava essere positiva, lentamente si polarizza nella tensione alla ricerca del volto di questo Dio nascosto.
La sua vita diventa tensione a togliere il più possibile i veli di questo nascondimento, tensione a Dio. Voglio leggere i due brani che mi sembrano i più belli di tutta la sua opera. Il primo è intitolato Gira la tròttola viva.

Gira la tròttola viva
Sotto la sferza, mercé la sferza;
Lasciata a sé giace priva,
Stretta alla terra, odiando la terra;

Fin che giace guarda il suolo;
Ogni cosa è ferma,
E invidia il moto, insidia l’ignoto;
Ma se poggia a un punto solo
Mentre va s’impernia,
E scorge intorno, vede d’intorno;

Il cerchio massimo è in alto
Se erige il capo, se regge il corpo;
Nell’aria tersa è in risalto
Se leva il corpo, se eleva il capo;

Gira,- e il mondo variopinto
Fonde in sua bianchezza
Tutti i contorni, tutti i colori;
Gira,- e il mondo disunito
Fascia in sua purezza
Con tutti i cuori, per tutti i giorni;

Vive la tròttola e gira,
La sferza Iddio, la sferza è il tempo:
Così la tròttola aspira
Dentro l’amore, verso l’eterno.

E subito dopo, la poesia più bella di tutte: Dall’imagine tesa. Il mondo è come un’immagine che fa tendere, che chiama a qualcosa d’altro.

Dall’imagine tesa
Vigilo l’istante
Con imminenza di attesa -
E non aspetto nessuno:
Nell’ombra accesa
Spio il campanello
Che impercettibile spande
Un polline di suono -
E non aspetto nessuno:
Fra quattro mura
Stupefatte di spazio
Più che un deserto
Non aspetto nessuno:
Ma deve venire,
Verrà, se resisto
[se sono coerente con la mia natura]
A sbocciare non visto,
Verrà d’improvviso,
Quando meno l’avverto:
Verrà quasi perdono
Di quanto fa morire,
Verrà a farmi certo
Del suo e mio tesoro,
Verrà come ristoro
Delle mie e sue pene,
Verrà, forse già viene
Il suo bisbiglio.

Ma questa tensione, che porta dunque Rebora in un impegno religioso prevalente su ogni altro impegno, anzi in un impegno religioso che penetra ogni altro impegno della sua vita, gli fa percepire sempre più potentemente come ci sia, tra l’uomo che ricerca e il Dio ricercato, una condizione triste, lui dice umiliante, che è la morte: «L’umiliante decompormi vivo / sia l’indizio del Tuo vitale arrivo». Essa non è più un dato solo negativo, la sua tristezza è l’ardore dell’attesa di un assente, come accennava san Tommaso d’Aquino. «L’umiliante decompormi vivo / sia l’indizio del Tuo vitale arrivo.» L’uomo è torchiato nella solitudine, perché in questo umiliante decomporsi vivo l’uomo è solo, ed è solo, torchiato nella solitudine anche in questa forza virtuosa che traduce la decomposizione in segno di un assente desiderato che si avvicina. Ma tutto ciò apre un altro elemento che emerge dalla poesia di Rebora e che è il discorso proprio di tutta la sua produzione dopo la conversione. Come il sole domina il panorama della realtà effimera, la croce domina il panorama della realtà che non finirà più. Sembra una contraddizione, un’antinomia: la croce, accettata come partecipazione al Mistero. Ma non si tratta di una affermazione che rimane astratta, disumana nella sua astrazione, pur se ne resta la tentazione. La tentazione umana, infatti, è affermare che tutto è menzogna: «E se è un’illusione?».

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